Sabbie immobili (an exercise in self-indulgence)

A settembre Dedalo avrà compiuto ventidue anni, età cruciale. Ricordo bene tutte le fasi salienti della sua infanzia; il giorno del suo terzo compleanno un evento critico la segnò irrimediabilmente: imbiancò la sua camera per puro diletto con del latte d’asina che si fece spedire dal Marocco, e la madre, preoccupata, lo fece internare al collegio della Santissima Maestà di sua signora l’Erbivendola; lì trascorse ben dieci anni, durante i quali si formò come individuo, come uomo dedito alla scrittura. Amava scrivere, imparò da autodidatta e già seienne compose la sua prima quartina; poeta eccezionale e incompreso, rubava inchiostro e penne dallo studio del signor Creambunch - suo acerrimo nemico - e nei momenti di noia buttava giù i pensieri così come gli erano venuti nella mente, senza alcuna mediazione. I suoi giorni trascorrevano così nella più assoluta dissolutezza, senza freno componeva, nell’oblio. A dieci anni compiuti la madre si ricordò di lui, gli spedì una torta di mele che egli con molta freddezza scaraventò in testa al custode della biblioteca, luogo che a dire il vero egli frequentava spessissimo. Ivi trascorreva più tempo che tra le coperte del suo scomodo letto; imparò tutto quello che c’era da sapere sull’arte, divenne straordinariamente colto e, data la sua innata furbizia, riuscì a diventare docente di liceo all’interno del collegio. Non di rado gli altri insegnanti cercavano di intrattenere un qualche dialogo con lui, ma, il risultato che ottenevano - nella migliore delle ipotesi - era un saluto fantasioso come quelli che ci si può aspettare da una donna sulla trentina che abbia trascorso l’intera giornata a rimuginare sulla condizione dei costruttori di ponti durante la guerra d’indipendenza. Ciò lo aveva messo in cattiva luce e naturalmente era emarginato dalle discussioni più importanti relative al modus operandi del moderno insegnante - che era anche il titolo del libro che la moglie del preside era intenta a stender giù in quei mesi, mesi di frizzante splendore -, la sua statura non esattamente imponente lo metteva spesso in ridicolo di fronte gli studenti; i più cattivi lo insultavano apertamente, si sa, la perfidia dei bambini è paragonabile solo a quella di un tiranno greco con l’esecrabile passione smodata per le ricchezze e che abbia un’indole da tribunale inquisitorio. Nei giorni in cui era particolarmente triste, Dedalo, soleva recarsi al laghetto che costeggia la parte orientale del giardino collegiale; lì meditava a lungo sulle peregrinazioni in terra santa e questo gli ispirava i versi più ispidi e taglienti, invettive contro la società che lo voleva già adulto e responsabile. Alla veneranda età di dodici anni arrivò quel momento che solitamente negli uomini corrisponde ad una morte e subitanea rinascita, si innamorò.
La incontrò in un giorno di sole sotto un cipresso, lei era intenta a sfogliare le pagine di un libro, ed egli ne rimase fulminato; da quel momento ogni gesto della sua vita assunse un significato completamente diverso, non mangiava per fame ma per la pura soddisfazione del deglutire; insegnava con rinnovato ardore, nulla in lui era più un tormento infernale, ora i suoi versi sgorgavano meno dolorosi e in più intrisi di un selvaggio istinto alla creazione di baracche di legno; così il tempo scorreva, ancor più inesorabile verso il tramonto della sua vita. Passarono sei mesi prima che si decidesse a fare il primo passo verso quella creatura che lo aveva reso spettro riflesso opaco del suo essere; una mattina stava recandosi quasi incosciamente a ritirare la posta - aspettava un importante pacco che doveva contenere delle lettere perdute - e fatalità, ella si trovava proprio lì, col suo abito candido, di un candore che rasentava il bagliore di una folgore nel sereno cielo notturno; la sua figura irradiava splendore ove luce non poteva esserci e dove fino a pochi mesi prima non c’era stata; ossia nel cuore malato di Dedalo. Passandole vicino le sfiorò le dita con le sue, un forte dolore al petto, e poi buio. Si risvegliò didici giorni dopo all’ospedale del Sarcinto, sua madre al capezzale pianse lacrime amarissime nel vederlo nuovamente con gli occhi aperti e questo causò la sua dipartita. Dopo sei mesi di convalescenza - aveva perso del tutto la memoria - lo congedarono dall’incarico di insegnante e così abbandonò il collegio. Orfano, ignorante e senza un soldo finì sulla strada; viveva della carità delle donne che si recavano al mercato, luogo che egli frequentava, nella speranza di qualche furtarello; l’inchiostro e la penna lo attiravano nuovamente, segno del fatto che in lui un tizzone era rimasto acceso e da un momento all’altro sarebbe potuto divampare di nuovo, più forte di prima; per sua cattiva sorte scoprì però anche l’alcool e ciò che riusciva a guadagnare finiva per sperperarlo bevendo. Così trascorse ben sette anni della sua vita, anni durante i quali accumulò saggezza oltre ogni immaginazione; iniziò una lunga peregrinazione, visitò tutti i luoghi che le sue gambe gli permettevano di raggiungere e parlò con tutti quelli che incontrava, non importava che si trattasse di bambini, di sacerdoti o assassini, egli parlava anche con i cani. Non aveva nella vita nessuno scopo che non fosse il dialogo e la sua perpetuazione nella carta. Ricominciò a scrivere assiduamente, come poteva, quando poteva e nell’inconsapevolezza che questo lo privava lentamente della sua essenza, stava realmente morendo. Un giorno più luminoso degli altri una donna lo soccorse dopo che aveva per l’ubriachezza battuto il capo contro un carro ed ella lo portò nella sua abitazione; lì ricevette le cure amorevili della madre che in realtà non aveva mai avuto, ed improvvisamente, per la prima voltà si sentì bambino. I giorni passavano ed egli riacquisiva le forze, perse qualunque contatto col demone della bottiglia, la penna non lo attirava più e l’amore per una donna sarebbe stato adesso un’esperienza nuova. Iniziarono per lui giorni sereni, la donna che lo aveva salvato dalla morte divenne per lui l’unico fine, lentamente si dischiuse dal torpore, ed una mattina di settembre… Nacque il giorno del suo ventiduesimo compleanno; in quel giorno inizia la storia di Dedalo, uomo formidabile.

Actio personalis moritur cum persona #0

Sarebbe anche corretto credere che dicendo la verità si possa far fronte alle batoste della vita con più serenità, ma in fondo, io credo che con tanta pazienza ogni timbro postale possa essere impresso al posto giusto”. Così dicendo, il consigliere sollevò un braccio, quello destro, e bendisse la platea. Quel giorno si erano radunati lì in cinquecento, mai una folla così numerosa aveva partecipato al comizio del dottor Alegamo D’amiri che, per la quinta volta consecutiva, si apprestava a diventare sindaco di Campello, tra l’ilarità generale. Durante gli anni dei suoi mandati il paese aveva assistito al lento ma costante crescere del proprio splendore, tutto quello che prima non andava adesso era l’epitome della funzionalità, ogni dissenso interno era stato mitigato, ogni questione irrisolta era stata brillantemente portata su piani da tutti condivisibili e quindi, strano a dirsi, regnavano la tranquillità e l’armonia più assolute. Strano perchè invero, nel paese, viveva uno degli uomini più infidi che l’umanità avesse mai conosciuto, un uomo che anche se redarguito e minacciato non esitava a compiere i suoi terribili gesti. Terribili, terribili… così li definivano gli abitanti del paese e non poteva essere altrimenti. Anche se ciò non minava la tranquillità generale faceva comunque sì che si insinuasse tra la gente il seme della paura per una possibile vicenda nefasta che da un momento all’altro avrebbe potuto venir fuori e addolorare tutti. Quell’uomo le cui azioni gli stessi “tutti” temevano, era davvero un essere di poco conto, non si faceva vedere in giro eccetto che per compiere le sue malefatte e per il resto si contentava di bighellonare tra la sua abitazione di campagna e il lago di N., data la sua sfrenata passione per la pesca, passione che veniva considerata da molti una mania, un riflesso del suo sadismo. A vederlo si sarebbe detto un uomo tranquillo, una persona dall’animo sensibile, un gran lavoratore, un uomo che ispirava istintivamente fiducia incondizionata, una persona umile, eppure, con nel profondo i segni di un’immane sofferenza interiore; col viso scuro, lo si poteva vedere percorrere le stradine sterrate che circondavano il felice paesino e chiunque - vedendolo - avrebbe di certo notato il suo strambo modo di camminare, testa bassa, spalle arcuate e andatura traballate da ubriaco; era solito gesticolare addirittura, come se stesse parlando animatamente nel bel mezzo di un’alterco, ed era proprio in quelle occasioni - si diceva -, che con tutta probabilità ne stava escogitando una delle sue. Tutti lo conoscevano, in pochi di persona, molti lo avevano semplicemente visto e avevano un’opinione su di lui - opinione che era comune a molti, evidentemente - basata su fatti, veri o presunti che erano capitati negli anni. Era sua abitudine presentarsi in paese all’alba, raggiungere la già affollata piazza, sputare su un punto indefinito, fare due passi e successivamente voltarsi per chiedere insistentemente allo sputo stesso di seguirlo, minacciandolo se necessario. Come ogni giorno, quel giorno, avvenne lo stesso.

OH, East is East, and West is West, and never the twain shall meet,
Till Earth and Sky stand presently at God’s great Judgment Seat;
But there is neither East nor West, Border, nor Breed, nor Birth,
When two strong men stand face to face, tho’ they come from the ends of the earth!

Delucidazioni sull’alba e sul nevischio

Dodici litanie sospese per due che non hanno peso. Senza quei copri-orecchie a dire il vero il signor Frau non appariva poi tanto gaio; la mattina in cui mi chiese se fossi alla fine arrivato a dedurre quante oche selvagge può contenere un otre, gli risposi che effettivamente stavo meglio senza palpebre che con gli occhi chiusi. Molte settimane dopo ci rincontrammo all’imbrunire presso una strada deserta e polverosa appena fuori il paese, come al solito indossava il suo pastrano marrone e aveva l’aria di chi dando poco conto alla gente che lo circonda accusa solo le sedie di legno, e di conseguenza, gli chiesi: “come può, adesso, dopo tutto quello che la nostra gente ha passato?” mi rispose che sicuramente non era una domanda adatta alla situazione, non c’era alcuno motivo di scaldarsi e prendere iniziative diurne. Disse che anche quando si cerca di comprendere i ladroni in realtà non si fa altro che dire a se stessi quanti puntini si possono unire sulle rocce calcaree non bianche. Disse che molte volte è solo un’impressione quella di un mulo che scala una montagna e che tutte le montagne in realtà sono buone d’animo ed è un errore abbottonarle costantemente con pensieri asciutti. Disse che gli orpelli vari sparsi qui e lì avevano torto. E lo penso acnh’io. Penso addirittura che per quanto vile - nel suo animo da pesce sbigottito - il signor Frau nascondesse qualcosa che solo pochi sanno tener dentro, qualcosa che oltre ogni tentazione ardita si trasforma solamente in lucciole, non altro. Ciò che nascondeva era una vanga; teneva quell’attrezzo sotto le falde doppie del proprio cappotto invernale e, avendolo incontrato in un periodo estivo, non potevo certo pretendere che la mostrasse, specie ad un tipo come me, che tutto sono fuorchè ameno. In verità era proprio il timore nei confronti della mia persona che lo rendeva audace, un’audacia di tipo turbinolento, di quelle che non si trovano nelle persone comuni, un’audacia spesso anche sonnolenta che appare quando non serve e scombina persino i piani subordinati. Non ricordo come si comportasse in occasioni come i funerali; perchè proprio i funerali? Bisogna di certo tener conto del fatto che la morte in tutte le sue varianti sia un tema fondamentale, ed anche se adesso con  le molteplici stramberie apportate dalle tribù che dal nord ci invadono costantemente, noi non possiamo che continuare a considerarla una commistione straordinaria di successioni numeriche astratte, al di là di ogni previsione coscente e conlusione periodica equivalente; vaneggio, me ne rendo conto. In ogni caso non c’è molto da sapere sul conto del signor Frau fuorchè riguardo le sue abitudini, perciò qualche esempio va pur fatto, altrimenti finiremmo per dar ragione a chi non avendo le gote arrossate sostiene di poter scardinare una gru: la sua abitudine a stordire le mosche con concerti altisonanti di bauli aperti era ben nota nel quartiere; non erano rare le querele diffamanti indirizzate nei suoi confronti da parte della gente del vicinato, che finiva poi per rivolgersi al borgomastro con occhiate sanguinolenti quanto basta. La sua adesione al partito per ipovedenti denaturati ci colse tutti di sorpresa quel giorno alla locanda del Tuorlo: “signor Frau io penso che la sua adesione debba essere sottoscritta da furfanti, altresì cialtroni, per non pensare che lei abbia in mano una pentola”
"Be’, se così la pensate, sono completamente certo che la vostra astrazione pomeridiana del combattente armato di padella non abbia senso, noi siamo qui per il bene del paese e amministriamo le doglie giovanili non tanto più costantemente che un largodrago"
"Lei cita il largodrago al cospetto di questa gente, sappia che non le permetterò di dissuadere le mie figlie dal loro intento"
E qual era l’intento delle figlie del querelante… Chi lo sa?
Il giorno della sua elezione a sindaco il paese fu travolto da un ridondante senso di benevolenza mattutina che si manifestava ovviamente, solo all’alba. Così molti presero l’abitudine di nutrirsi incessantemente di bacche e di tanto in tanto si seguiva una nuova virtù cerebrale, le prime le istituimmo insieme:
1. Estrosità delle gengive;
2. Caparbietà obiettiva delle ginocchia;
3. Compromettente sadicità delle nari;
4. Eterogeneità cosmopolita dei talloni;
Erano quattro per volontà sua e non mia. Solo che col senno di poi viene voglia di non sostenere più la diceria secondo la quale un delfino si senta salato senza una giusta comprensione da parte dei re.
Sul conto del signor Frau si potrebbe dire invero molto di più, ma vorrei che si sottolineasse l’unica vera questione importante sulla sua figura, cioè, che se in un mondo dondolante come il nostro, un uomo della sua statura riusciva a comprendere le amichevoli richieste d’aiuto della gente di passaggio - sappiate che era un uomo senza molti altalenamenti di gusto, se per lui le mandrie di buoi erano da gettar via, così doveva essere - allora di buon gusto bisognava temperarlo, all’asciutto però.
Combinando così ferite mortali ai nostri simili, non riusciamo a domandarci dove ci dirigeremo il giorno in cui, sapendo dove vorremmo andare, non saremo in grado di arrancare in avanti per svoltare le maniche della camicia del prossimo nostro. Au Revoir.

Nuvole Sdilinquite

Metre Garulf preparava la zuppa allo scoiattolo, noi ci preparavamo a comporre un inno alla noia senza però corrompere le guardie giurate. Proprio quando la nostra camomilla stava per arrivare al culmine della sapienza, due tizi loschi armati di topi e scarpine blu cominciarono a chiederci quanti cancelli si erano aperti durante l’ultima escursione termica; ovviamente, noi, non avendo tanto pane in casa non sapevamo come accontentare gli uccelli beccaioli, allora, mio cugino - che è risaputamente un esperto latifondista - decise di ricorrere al suo piano segreto: riprendere in mano trentatrè cannoni di bronzo così come Galileo aveva battuto i greci nella famosa battaglia di Terebinto. Come se non bastasse, dodici di quelle che erano ormai considerate scodelle sacre diventarono ben presto solo delle mosche senza soffitto, e ancora, dato che non si poteva urlare cortesemente, si decise di interporre la realtà al mal di pancia. Ostinatamente, Rubicondo della Secca camminava verso l’uscio della porta della casa Blu, sì, blu, quella casa da dove sempre tanti escono ma non troppi fanno ritorno. La migliore chiusura dell’anno si era intravista soltanto verso la fine del mese, quando sette tarli armati di arco si erano impossessati di un camino nei pressi dell’amaca di Miol Jens, un barbiere che visse in Spagna durante la rivoluzione francese. Tanto per iniziare bisognava decidere come e se quegli individui dal sapore aspro avessero dovuto colpire in maniera più abile il forte dei mordilloni, la tribù di cui fa parte anche il mio caro amico Helelerte, le. Quando meno uno se lo aspetta ecco giungere alla marina il quinto di uno stormo di papere assassine, quelle che precisamente elaboravano software per i computer sanza poi abbinargli un testimone di Genova, come se fosse facile sbrigare tutte quelle sostanze annotate. Noi e voi - voi era un bambino di nome voi, solo che siccome è bambino lo si scrive minuscolo - quindi, noi e voi andammo continuamente alla palestra per normodotati fino a quando un giorno sette capelli di una anziana signora non ci insegnarono a dirigere un’orchestra, il che, ci avrebbe consentito di non marinare più la scuola per almeno sei giorni, o per almeno sette secondi… una via di mezzo insomma. Continuando a crescere l’albero situato in quel lontano giardino non faceva altro che incrementare le ricchezze del giudice che - forse incoscientemente - non sapeva ammutinarsi da solo, così lo aiutammo a corrompere i bugiardini del campo in basso, quello dove si trovava anche quella matita che un giorno spezzai per divertimento. Così un po’ sonnecchiando e senza prestare attenzione al messaggio che è appena giunto al mio cellulare, concludo la papera armena così: amen.

Sempiterno e angusto pensiero di essere noci quando invece si sa tanto sulla necromanzia ma non lo si vuole rivelare per paura delle cicogne

Amici, parenti, compagni. Sono appena sbarcato in India. Qui il cibo non è il massimo, sappiatelo, ma hanno detto che domani mi porteranno a prendere del tè dal canguro che partecipa; perchè partecipa? perchè di questi tempi non si sa mai se può esser considerato di buon gusto prendere parte ad una commedia teatrale e rimanere illesi. Noi ieri… io e Sam intendo, c’è anche Sam, eravamo sul punto di chiedere in prestito del tamarindo ben temperato, che è? a quanto dicono quelli del posto si tratta di un cannocchiale usato, ma noi non ci crediamo. Siamo andati a prendere del vino presso una locanda qui vicino, ma ci hanno trattati molto male: un tizio ci ha speronati con la sua biga, che poi non era proprio una biga, ma non saprei come chiamare i mezzi che usano qui, questi signori un po’ all’antica… quando siamo entrati una donna con molte bende sull’occhio ci ha letto la mano, ma non mi è sembrato ci fosse scritto qualcosa di bello, almeno credo, dato che dopo averlo fatto ci ha urlato contro parole strambe, di un lingua che poco ha a che vedere con l’urdù. Infine l’oste ci ha spintonati percorrendo lo strettissimo locale con molte bottiglie vuote in mano, alla fine siamo andati via ma ci hanno regalato un cocco, buono.
Alla sera abbiamo indossato le camicie buone e siamo andati alla piazza di questo paesino in cui ci troviamo, vi sembrerà strano ma non è molto diverso da T., sembra quasi di essere a casa, a parte per le cipolle che qui vanno in giro nude… mentre passeggiavamo siamo stati fermati da un proprietario di polli, lungo un viottolo lastricato di pergamene… o che so, che ne so, questo tizio ci ha chiesto di spostarci chè altrimenti i polli si sarebbero spaventati e allora lo abbimao fatto, gente furba sembra, io non mi fido. Dopo siamo entrati in una locanda… un locale bruttino, trasandato, cadeva tutto a pezzi tranne il banco, quello era nuovo, ma il proprietario era un tedesco, possedeva solo il bancone ci ha detto, lo dava in affitto per tre rupie al giorno, chi ci capisce? alla fine siamo rientrati all’albergo e abbiamo visto una famiglia di maomettani che giocava con degli strani tubetti marroni, e ridevano eh, uno di loro aveva anche un topino sulla spalla, ma dato che non si reggeva da solo lo aveva legato con lo spago al porta candela; abbiamo cercato di fare amicizia con loro ma ci hanno scacciati lanciandoci addosso curcuma e pallette di carta sudicia, poi siamo andati a dormire ma non riuscivamo a prender sonno perchè puzzavamo, puzzava tutto a dire il vero, non potevamo lavarci chè l’acqua era marrone e Sam c’aveva paura, qui è tutto marrone, ci faremo l’abitudine forse, per adesso non posso dirvi altro, tanto di questo passo so che moriremo, ci ammazzino loro o noi stessi poco importa, tanti saluti da me e Sam, ciao.

Origami

  • Ema: tu sei geloso dei tuoi gruppi preferiti? cioè, se ora uno su Y!A elogia i Vampire Rodents e conosci, sai, che quel tizio è un cretino, non ti innervosisci?
  • Stefano: no, però mi dispiace... ma neanche tanto
  • Ema: come fai? io mi incazzo di bestia
  • Stefano: ma cosa hai letto?
  • Ema: non lo so, era così, in generale, è una domanda che faccio periodicamente... me l'hai fatta venire in mente con la storia degli scrittori
  • Stefano: che è poi la stessa cosa
  • Ema: ?
  • Stefano: dico, parlare di un arista/elogiarlo fuori contesto e a sproposito equivale a fare la stessa cosa con uno scrittore&co... 5/15 anni di galera e buonanotte
  • Ema: ah ottimo quindi sei molto tollerante, 5/15 anni
  • Stefano: e be'? mi sembra il minimo, mica mi arrabbio
  • Ema: filosofico
  • Stefano: immaginami in un giardino zen mentre rastrello la sabbietta con il mio chimono, entra il mio servo umilissimo porgendomi una pergamena con su scritta "la cazzata" e una serie di numeri da 5 a 15, ed io tendendo il baffo oblungo segno uno dei numeri, il servo si inchina e va via
  • Ema: ROTFL oddio, oddio io ti disegnerò come ti ho immaginato in questo momento
  • Stefano: great
  • Ema: comunque concordo, però bestemmierei pure il dio falco leggendo la cazzata diciamo
  • Stefano: io per quello ho trovato un semplice rimedio: un altro servo, più bruttino e malaticcio, al mio comando sale sulla torre del mio palazzo e con una katana si decapita... e tutto è placato
  • Ema: si decapita da solo?
  • Stefano: con Dream Theory in malaya in sottofondo, perfetto. Sì da solo, sono addestratissimi
  • Ema: ma perché i servi e non i cazzatori?
  • Stefano: domanda troppo avventata piccolo sahib, non aver fretta di elargire morte e giudizio, la giusta punizione a volte è diversa da come la pensa una mente ottenebrata dall'odio
  • Ema: però i servi sì
  • Stefano: i servi non vengono puniti, il loro è semplicemente un atto di devozione verso di me, si uccidono perchè non debba farlo io
  • Ema: STAI GIOCANDO CON LA MIA MENTE . TI SFIDO AI POKEMON *la stanza diventa nera e si rimpicciolisce, rimaniamo sospesi nel vuoto*
  • Stefano: Paras, scelgo te!
  • Ema: vai LUGIA
  • Stefano: Paras usa FRAGORTEMPO
  • Ema: WHAT
  • Stefano: (eh, cazzarols, sono il tizio zen io)
  • Ema: Lugia, non importa, usa GHIGLIOTTINA 100%
  • Stefano: paras usa PROTEZIONE
  • Ema: secondo te per cosa sta 100%?
  • Stefano: precisione, no doubt
  • Ema: oh yeah, sem, aggiungi la testa del tuo Paras ai tuoi schiavi
  • Stefano: ma no, protezione bypassa ogni precisione, l'attacco fallisce
  • Ema: nel primo non era così anche perché non c'era protezione, però tipo comete colpiva anche se il nemico usava volo
  • Stefano: se c'è Lugia e siamo sospesi nel vuoto non siamo nel primo
  • Ema: E' PROPRIO QUI CHE CASCA L'ASINO *un asino vola nel vuoto cosmico* ho giocato una carta trappola siamo nel primo ma esistono pokémon e mosse successivi
  • Stefano: marrano, non hai fatto i conti con la mia carta Addestramento
  • *Addestramento*
  • l'effetto di ogni carta trappola giocata dal tuo avversario nello stesso turno è rinviato a data da destinarsi.
  • Per informazioni rivolgersi alla segreteria studenti.
  • Ema: NON C'È PIU' TEMPO ORMAI - VAI LUGIA! PUGNO GUM GUM
  • Stefano: miei servi, tendete le mani al cielo e fornitemi la vostra energia, giardino zen (aka foresta amazzonica x 4) fai lo stesso! (ecco, la sfera genkidama è pronta, adesso tu stai fermo fin quando non ti raggiunge, appena è ad un palmo da te fai una faccia impaurita e ti disintegri)
  • Ema: no, no e sai perché? perché già da tempo avevo sTAPpato le carte terreno giardino zen
  • ci ritroviamo in una landa desolata capace di dare ben MENO QUATTROCENTOVENTIMILA GRADI ENERGIA LA TUA SFERA GENKIDAMA NON E' CHE UN IPERRAGGIO DI UN GYARADOS AL 23
  • Stefano: i miei HP apeiron resistono senza problemi allo chock termico e tutto il resto, Rikku fonde abilmente due oggetti inutili a caso ed esce fuori Porta sul domani, 9999 x 10 danni
  • Ema: assolutamente no, perché ho appena usato Sin Harvest, scendi a 1 Hp e 0 MP
  • vai Lugia! usa la tua kamehameha!
  • Stefano: (avevo preventivamente usato la magia Aura durante uno dei turni laschi, quindi posso usare la mossa finale) controbbatti con un Renzokuken, paras!
  • Ema: umpf, forse non lo sai, ma ultimamente Lugia è diventato un membro della mano di Dio
  • i fili del karma si sono intrecciati LUGIA CONSACRALI
  • Stefano: sì, ma io sono il capo supremo dell'S.S.N. quindi il mio Paras è in grado di utilizzare una mossa a caso tra quelle dell'avversario, ribattendo con la medesima intensità + 1
  • Ema: Lugia è laureato in matematica e preventivamente aveva inserito il suo attacco in Z modulo di (potenza attacco - 1) di fatto IL TUO ATTACCO TOGLIE 0
  • Stefano: CAZZO. Per fortuna il mio Paras ha il cigno in capricorno e la luna gli sorride, attacca a caso e sarai baciato dalla fortuna.
  • Paras: ok
  • Paras usa paralizzante
  • Ema: *una voce irrompe* HANNO APERTO UNA BRECCIA NEL FOSSO DI HELM
  • IL GIARDINO ZEN SARA' SPAZZATO VIA
  • Stefano: Paras, fa' che questa sia l'ora in cui sguainiamo le spade insieme, ti cavalcherò e mi condurrai alla vittoria, che il corno risuoni per l'ultima volta nel fossossooohoh
  • * io tiziozen su Paras reggendo in mano Soulblade e urlando: kamamamamamahahah"
  • Ema: FERMO propongo un armistizio *sventola la bandiera di pace* qua la mano, vecchio amico!
  • Stefano: ohibò le andrebbe di prendere il tè delle 5 più 6 ore?
  • Ema: con piacere sir *si aggiusta il monocolo*
  • Stefano: *beve dalla tazza sollevando il mignolo*
  • Ema: può sacrificare un altro po' di negretti per il nostro divertimento? un tizio ha dato 4.5/5 ad Acquiring the Taste dei Gentle Giant, dando 2.5 a Children of God (ci vuole il movente o no?)
  • Stefano: (assolutamente) perfetto, che sia condannato allo spappolamento dell'organo genitale tramite granchio violinista affamato ciò garantirà uno sconto sulla galera, la pena si riduce da 10 a 6 anni
  • Ema: yupppii *batte le mani*
  • Stefano: *voce fuori campo*
  • Bastian espresso molti altri desideri, e visse mille altre avventure, ma questa, è un'altra storia...
  • *espresse, fanculo, finale rovinato
  • Ema: Bastian espresso! potrebbe essere l'idea per un sequel!
  • Stefano: la storia di un puffo brontolone che durante un viaggio in treno incontra le tre gemelle, sì.
  • Ema: sì, e le vende al mercato nero
  • Silenzio.
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Everywhere there’s rain my love
Everywhere there’s fear

Luigi e la noce moscata # 1

In quell’istante si ricordò delle nacchere che aveva lasciato a risposare sul temrosifone. Be’ dovrei anche ritirarle, sia mai le mie azioni vacillassero senza preavviso. Si diresse verso il corridoio che collegava le due stanze più piccole della sua abitazione e digrignò i denti. Adesso che ci penso ho trascorso tutta la mattina a scartavetrare il manico della scopa, dato che serve a mia cugina, meglio portarglielo.
Ciao cugina mia, ti ho portato il manico di scopa liscio che mi hai richiesto, è tardi?
Certo che è tardi, passa dopo, la nonna sta recitando, meglio non disturbarla.
Ok, passo dopo.
Rincasò e cominciò a chiacchierare con il suo pappagallo, di nome Geraldo.
Ciao Geraldo, raccontami com’è andata la tua giornata.
Crà.
Be’ di certo meglio della mia, possiamo anche fare una partitina a tetris se ti va. Non ti va.
Cominciò a riflettere su quanto in verità le sue priorità fossero alquanto poco inclini ad assorbire acqua, allora le declinò. Intanto rincasava suo padre.
Ciao figliolo, hai portato a termine il lavoro di cui mamma ti ha incaricato stamane?
Certo papà, ora le soffriggo.
Molto bene, però pensavo che se avessi ancora un po’ di tempo potremmo fare un giro all’Albunger, oggi danno “L’elefante ermeneutico”.
Con piacere, due minuti e sono da te.

Nello stesso momento in una casa antistante le poste:
Eva, non dimenticare di aggiustare la direzione delle posate, sai quanto il direttore tenga a queste quisquilie.
Non ho bisogno di essere imbeccata da te, però ne gradirei una tazzina se non chiedo troppo.
Certo che no, serviti pure, io ho le conchiglie da lucidare adesso.
Bene.

Luigi e il padre intanto si divertivano da Matti.
Matti era un vecchio amico di famiglia che per uccidere il tempo utilizzava l’automobile.
Caro Matti, quest’ora è trascorsa davvero troppo in fretta, con te sì che ci si diverte, abbi cura dei petali però.
Oh non preoccuparti, non siamo mica titani noi, adios. E scomparve nel nulla.

Al bar poco vicino, negli stessi attimi:
Senta signor Tereso, le ho detto che non è possibile asciugare le mensole con la friggitrice, se ne ravveda.
Capisco bene la sua decisione di non ammettere novantenni nel suo bar, ma questo non può proprio farmelo, si dilegui.
Non è compito mio stare qui a circondarvi se siete stanchi, piuttosto, com’è andata la festa?
Oh bene, la damigella d’onore ha offerto a tutti gli invitati degli specchi di zucchero.
Com’è dolce, mi tenga informato sui prossimi sviluppi.
Si figuri ho ancora la tanica piena!

Come spesso accade però, padre e figlio a volte litigano.
Luigi! ma cosa ne hai fatto del rasoio?! tua madre è sempre stata chiara su questa questione, la qualità è tutto, quindi quelle lamette dalle al cane che ho sonno.
Babbo sai che non posso concentrarmi sugli allenamenti con Diana che mi insegue e la mamma che sta sempre a rammendare i calzini!
Rammentare Luigi, rammentare. E si assopì.

L’araldo di donna Concetta

Grandi tulipani sovrastavano la vecchia moschea situata in Gallia Citeriore; la gente di quel posto pensa di consumare pasti caldi solo perché è ricca, quando in realtà i monti non sono tutti alti. Anna, cugina di Concetta, era una nobil donna dall’aspetto amabile e cortese, in realtà parlava solo di pesca d’altura e camion d’epoca e, se interpellata mentre leggeva il suo “settimanale dell’oca malandrina”, diventava verde come le ghiande verdi dell’albero del suo giardino. Caspita, Concetta un giorno la invitò a prendere un tè nella sua abitazione e stranamente Lei si presentò in mutande tra lo stupore di tutti. Anchise, suo figlio, la insultò per giorni e la portò a vedere una corsa di cavalli in Spagna; com’è possibile che un ragazzo di quel rango diventi d’un tratto così generoso? Anche io una volta portai mio nonno a pesca, ma non per questo mi dedicarono una nube. Ritornando al punto cari lettori, Concetta che è, o meglio dovrebbe essere, la protagonista della narrazione, è sempre stata amica dei beduini che vivono sotto casa sua, spesso e volentieri le guardie li scacciano, ma lei elargisce saluti e candele profumate in modo da stordire animi cupi di un tempo che fu. Ah, il tempo passa, passa inesorabilmente e conduce gente onesta a raccattare un po’ di pace in lande tetre e desolate abitate da calzini dai colori più disparati. Vero, noi non siamo sempre stai dei buoni vicini, ma ricordo che mia madre leggeva continuamente la posta di Angelica Fraudolt con tanta veemenza, ciò non era una cosa negativa perché a quei tempi le pere crescevano senza sosta nel nostro pereto; ahimè non sapremo mai come si concluse la vicenda di Carlotta Cormigliani, figlia del fratello d’Anchise e promessa  sposa di Costantino Vitupoerone… Come camminare in un peasaggio apocalittico quando l’unica certezza sono due gambe e una testa tumefatta? Non lo so.
Ambedue i lati della stradina che mi accingevo a percorrere erano cosparsi di cotone e questo mi dava un senso di smarrimento, come se da un momento all’altro dieci tori infuriati avessero dovuto percorrere quella via alla rovescia mandandomi direttamente al creatore senza passare dal via… Osannato da tutti, sempre e senza sosta, quale sorte può attendere un uomo della mia età? Tempesta: solo questo poteva rasserenarmi nei soleggiati giorni d’Agosto, il caldo era soffocante e le anguille che vivevano nel mio stagno profumavano a tal punto da ricordare una pastificio aperto sulle rive del Mar Rosso, come se una cosa del genere potesse essere risolutoria in casi come questo.
Cominciammo un giorno a organizzarci per quella spedizione che ci avrebbe portati verso lidi sperduti, un’avventura senza fine, ed era proprio donna Concetta che aveva il compito di preparare i bagagli di tutti noi, compito arduo, a pensarci bene. Per prima cosa decidemmo che partire in sei sarebbe stata la cosa più giusta da fare in quanto tre galli per due, più uno di scorta andavano più che bene; in secondo luogo mia nonna aveva preparato un sacco di iuta dove poter sistemare gli altri oggetti, quindi non sarebbe sorto il problema del “dove collocare le girandole”, così, com’era comparso, svanì tutto nel nulla. Cento, dico, cento legioni romane sovrastavano noi piccoli operai della vecchia casata, senza problemi, senza affanni; solo questo desideravamo per il nostro viaggio senza fine. Non si può disdegnar un futuro tanto triste se non si è calvi dalla nascita. Amodio, che era un bambino della mia scuola (bei tempi) soleva ripetere sempre: “Le conchiglie sono in fiore, le conchiglie pesano di più”, morale della favola? Beh, sappiate che un giorno tutto quello in cui credete diventerà solo sabbia esposta alle intemperie e solo quando il caffè vi sembrerà abbastanza caldo capirete che tante persone non riescono ad uscire di casa solo, e dico solo, perché le loro convinzioni sono ottenebrate da cento e più passi di montagna obliqui, no, non sono folle, è la storia del grande Boom che parla, io sono solo uno schiavo, un misero servitore di qualcosa di molto più antico, domani aprirò una porta in più.